Miriana, detta Miri, sta lavorando parecchio. È domenica ed è seduta davanti a me, tutta impegnata nelle sue faccende. Le chiedo che cosa le stanno facendo fare in questo periodo. Due diligence, cross-reference examination, bibles, risponde.
- “Ah”, dico io, “però. E clonation of paper, niente?”
- “Cosa?”
- “Fotocopie. Ma detto elegantemente.”
- “Si dice così davvero?”
- “Ma no, ti pare, ti stavo prendendo in giro.”
- “Ah.”
Non se la prende mai per nulla, fa quello che le viene detto di fare e non si lamenta. Allora, per curiosità, vado su google e digito codice, deontologia, forense. E trovo questo:
ART. 26 Rapporti con i praticanti
L'avvocato è tenuto verso i praticanti ad assicurare la effettività ed a favorire la proficuità della pratica forense al fine di consentire un'adeguata formazione.
La guardo. Non mi va di fare quello che rompe le uova nel paniere, però questo atteggiamento serafico, se da un lato lo apprezzo molto, dall’altro, mi lascia un po’ perplesso.
- “Scusa, Miri, ma non ti scoccia di essere qui la domenica a controllare che la definizione di Company sia contenuta nella premessa E e non in quella F?”
- “No, perché?”
- “Beh, non saprei. È domenica, pure una bella giornata, potresti essere al parco, per dire.”
- “Sì, ma io devo imparare.”
- “E ti pare di imparare con queste cose?”
- “Almeno sono lavori giuridici.”
- “Trovi?”
- “Nel vecchio studio una volta il mio dominus mi ha mandata al ricevimento dei professori del figlio.”
- “Al ricevimento dei professori?”
- “Sì, una mattina. Lui era in udienza. Io a parlare con la professoressa.”
- “Oddio. Questo… questo è davvero assurdo. Com’è possibile?”
- “Aveva undici anni. Si faceva già le canne.”
- “Ti dicevo. Sto leggendo un libro illuminante. Ma veramente. L’anima e il suo destino. Un certo Mancuso, mi sembra. Veramente profondo.”
- “Mmm… però non so, sono sincero, a me queste storie un po’ campate in aria, misteri, fantascienza, Codice Da Vinci, non è che mi facciano proprio impazzire.”
- “No. Questo è un saggio.”
- “Ma io non sto mettendo in dubbio l’intelligenza di sto tizio, ci mancherebbe. È proprio una cosa mia.”
- “Ma non l’autore. Il libro, è un saggio.”
- “Ah.”
- “Parla dell’aldilà, della vita eterna.”
- “Io sto leggendo un libro di Pasolini.”
- “Mi dicono sia parecchio porcello.”
- “Ma neanche tanto. Un pochino.”
- “Porcello porcello. Altrochè.”
Nicola, come compagno di stanza, non è affatto male.
E’ come un’appendice, un condizionatore che emette un sibilo leggero, una pianta grassa che non ha bisogno d’acqua, un quadro che, anche se pende storto, fa colore. E’ un ragazzo taciturno, spigoloso. Mi è piaciuto subito, fin da quando tre anni fa, mentre prendevo posto per la prima volta alla scrivania di fronte a lui, mi ha detto solo ciao sono Nicola quel faldone lì sopra è mio poi te lo sposto. Quel giorno non ha detto più nulla. E neanche il giorno dopo. Il terzo giorno sono stato io a parlare. Senti, lo metto a posto io il faldone, ok?. Ok, ha risposto lui.
A saperlo prendere, però, col tempo mi ha regalato diversi piccoli grandi momenti.
Una volta l’ho scoperto seduto sul gabinetto del bagno grande. Ho aperto la porta sovrappensiero e l’ho trovato seduto, con lo sguardo fisso sulle piastrelline, che pensava a chissà cosa. Scusa, ho detto, mettendomi un braccio davanti agli occhi. Poi ho tolto il braccio e sono rimasto a guardarlo. Nicola stava seduto un po’ di sbieco per coprirsi, con le gambe strette, e mi ha detto vuoi chiudere. Beh, Nicola, gli ho fatto presente, però non si fa così, devi fare attenzione, se fosse entrata Valentina (Nicola ha po’ un debole per Valentina, la mia segretaria). Nicola è diventato rosso e ha detto chiudi cavolo. Io allora mi sono allontanato, lasciando aperto. Per ridere. Più tardi, tutto arrabbiato, mi ha detto che aveva dovuto alzarsi, chiudere e risedersi. Era uno scherzo dai, ho cercato di alleggerire. Non mi ha parlato una settimana intera.
Un’altra volta ha messo in vivavoce ed ha chiamato suo papà imitando la voce di Pierpaolo, il ragazzino degli Squallor, rifacendo alla meglio la cadenza napoletana. Casa Baratti Borotti Baratti Boffa? Ti ho beccato, facevi dire dalla segreteria telefonica che non c'eri e invece ci sei e ora ti volevo dire mi servono cinquanta milioni di dollari che qui a Milano si spente pesanta, pesanta, pesanta... Suo padre ha messo giù quando Nicola stava dicendo no, non state in pensiero per me ch'a io mi diverto sempre ch'a faccio paura. Mi è sembrato che dicesse qualcosa come Ho un figlio disgraziato.
Sono tutti ricordi che mi tornano alla mente ora, davanti a questa piccola praticante arrivata da poco e collocata sulla poltroncina che fu di Nicola, spedito, invece, al secondo piano. Si chiama Miriana, ma dice che bisogna chiamarla Miri, che lei se sente Miriana non si volta nemmeno. Le ho detto che per me non c’è problema, ma se la chiama Giuseppe, il mio capo, farà bene a voltarsi non solo se la chiama Miriana, ma pure se la chiama Donatella o Attaccapanni, o Yhatruwzz. Ah ah ah, ha replicato lei, attaccapanni, ah ah ah, no dai, comunque chiamatemi Miri.
Stamattina trafficava con lo scotch. Ha appiccicato una piccola immaginetta di Padre Pio sul bordo del desktop. Il santino va a fare il paio con il salvaschermo che passa in loop sei o sette foto di George Clooney. Clooney con il cappello. Clooney con il sigaro. Clooney con i baffi. Clooney semplice. Ancora baffi. Figura intera.
- “Ma che fai? Attacchi Padre Pio?”
- “Il sacro e il profano”, mi ha detto compita. “Il sacro è Clooney, ovvio” e si è messa a ridere rumorosamente. Poi si è ricomposta e si è tranquillizzata: “No, scherzo, però mi dà serenità”.
- “Ma chi, Padre Pio”?
- “Ancora con ‘sto Padre Pio, cacchio no. CLOONEY!”
Ho provato nostalgia.
Prima
Stamattina sono stato dal dentista.
Io, di salute, sto abbastanza bene. Perlomeno rispetto alla gente che mi circonda. Nicola, per esempio, ha l’ernia del disco. Gli dico Nicola hai 32 anni, l’ernia del disco, dai. Lui si rabbuia, poi risponde guarda che l’ernia può venirti anche a 26 anni non conta l’età. A lui è venuta a 26 anni.
Ma io, invece, sto abbastanza bene.
Se non fosse per i denti. Sono due settimane che mi fanno male i denti. Non un dente. Proprio tutti i denti. E anche i muscoli della mascella. Finché si tratta di mangiare le castagne secche, è normale, per essere dure, sono dure. Ma domenica sera ho mangiato i fagolosi e ho avuto i dolori tutta la notte. C’è qualcosa che non funziona.
Così stamattina sono stato dal dentista. Mi ha guardato in bocca e, mentre si toglieva i guanti, ha annuito tra sé e sé dicendo infatti infatti. Mi ha guardato. L’ho guardato. Stava lì, col viso cupo ma soddisfatto. Poi ha detto: è arrivato il momento. Io sapevo già dove voleva andare a parare, lo sapevo ancora prima di sedermi sulla poltrona. Lo conosco da 24 anni. Sono 24 anni che ci prova. Vuole togliermi i denti del giudizio. Non lo so, forse i denti del giudizio lo innervosiscono, forse gli ricordano qualcosa della sua giovinezza, un amore finito male, la nonna malata. Qualcosa ci deve per forza essere visto che li fa togliere a tutti. Nella mia famiglia, non c’è più un dente del giudizio neanche a pagarlo. Mia madre, mio padre, mia sorella, tutti privi. Con me non ce l’ha mai fatta. Io ho paura. E la scusa poi mangi il gelato, con l’età che ho, non è che aiuti molto.
Così gli ho detto: ma non sarà bruxismo?
Il bruxismo è una malattia che ho sentito nominare per la prima volta da una mia collega che ne soffre. Consiste nel digrignare i denti tutta notte, rovinando lo smalto a lei, il sonno a chi è le vicino. Dice che è dovuta allo stress. Ma che brutta roba ho detto. Ma no è come l’herpes mi ha detto la mia collega. Lei, infatti, ha anche l’herpes.
- “Potrebbe essere bruxismo”, ho ripetuto, provando a distoglierlo dai denti del giudizio.
- “Ma perché, tu digrigni i denti nel sonno?”
- “No, non lo so. Faccio per dire.”
- “Eh, eh, eh…”
- “Perché ride?”
- “Eh eh eh…”
- “Non capisco.”
- “Penso alla persona che se ne è accorta… mentre tu dormivi.”
- “Io dicevo per dire.”
- “Mi ricordo che eri un pupetto alto così e ora… eh eh eh…”
E ha fatto la faccia sorniona, dandomi dei colpetti sulla guancia con lo specchiettino. Poi si è rimesso i guanti, ha guardato i denti di nuovo e ha detto no. Ho un’infiammazione alle gengive causata dai denti del giudizio che non sono usciti e a questo punto evidentemente vanno tolti. Sinflex due giorni. Augmentin una settimana. Poi si opera.
Eh eh eh…
- “Ride per i denti o per l’altra cosa?”
- “Entrambi.”
Seconda
Sull’autobus, arrivando in studio, ho fatto un incontro.
L’autobus era quasi vuoto. Alle dieci del mattino ci sono solo pensionati in giro a Milano. Non occupano molto spazio. Io ero seduto nel posto sopra la ruota, quello che sta in alto. Guardavo un vecchietto con la borsa della spesa, seduto all’altro lato. Questo vecchietto continuava a ispezionare la borsa. Penso che si fosse dimenticato qualcosa visto che aveva un’espressione davvero preoccupata. Mi sono immaginato sua moglie al ritorno. Brutto pezzo di un brutto deficiente, il latte, scremato doveva essere, e questo salmone scade tra tre giorni e il pesce noi lo mangiamo domenica, e chi ti ha autorizzato a prendere i budini alla soia che il medico ti ha vietato gli esperimenti. Povero vecchietto, pensavo. Cominciavo a sentirmi coinvolto. Stavo quasi per avvicinarmi a lui e chiedergli se avesse bisogno di aiuto, quando ho incrociato un viso noto.
Sul mio stesso autobus, c’era Cacciari.
Il filosofo.
Il sindaco di Venezia.
Ora, so che non stiamo parlando di chissà quale vip, però, insomma, vedere Cacciari sul pullman a me ha fatto ridere. Per di più si teneva stretto agli appigli mobili. Ho lasciato stare i pensieri del vecchietto e ho cominciato a fare tutta una serie di congetture su Cacciari che si teneva agli appigli mobili. Ho pensato che io – avvocato – appena sono salito sul pullman, sono andato a sedermi nel primo posto libero, già stanco alle 10.15. E invece Cacciari – filosofo – stava lì, fiero, in piedi, con eleganza, guardando fuori alla ricerca della fermata giusta, stringendo il suo appiglio mobile. Proprio un filosofo. E per di più con un librone di Plotino sottobraccio. E questo fatto è anche abbastanza ridicolo. Proprio uno stereotipo. Come se io andassi in giro con un codice civile commentato sotto l’ascella. Cacciari aveva Plotino sottobraccio.
E’ stato allora che mi è venuta in mente quella storia pruriginosa di tradimenti e relazioni clandestine. Il famoso triangolo Berlusconi-Lario-Cacciari. Io non sono uno che abitualmente si interessa ad argomenti di questo genere, però quella vicenda mi è sembrata sempre abbastanza succulenta. Guardo Cacciari, con questa barba un po’ furbetta, l’occhio vispo, Plotino sotto il braccio. Possibile che si rimanga sedotti da uno così? Possibile sì.
Allora ho pensato adesso mi alzo e vado a chiedergli “ma è vero che…” e poi faccio la faccia sorniona, la stessa del mio dentista. Sicuro non mi risponde, ma se fa anche lui la faccia sorniona, sono a posto.
E’ finita che mi sono avvicinato e ho detto solo Ma lei è Cacciari?. Sì ha risposto lui e ha fatto come finta di dover scendere alla prossima. Complimenti è stata l’unica cosa che sono riuscito ad aggiungere. Mi era venuta un po’ di vergogna. In fondo, dentro di me, sapevo che alla fine non sarei mai riuscito a fare una domanda così stupida. Credo di avere fatto la figura dell’alcolizzato.
Quando sono arrivato in studio, ho detto:
- “Giuseppe, sai chi ho visto?”
- “Chi hai visto?”
- “Cacciari.”
- “Cazzo è Cacciari?”.
- “Il filosofo.”
- “Quello che si tromba la moglie di Berlusconi?”
- “E dai, Giuseppe, son pettegolezzi.”
Mi è dispiaciuto dover rispondere così. Se avessi avuto un pochino di coraggio in più sul pullman, avrei potuto ribattere con certezza proprio lui. E fare la faccia sorniona.
- “Insomma, non t’è piaciuto.”
- “Non è che non mi sia piaciuto. Ma non è neanche che mi abbia fatto impazzire. Per dire, il sushi era troppo freddo e poi c’era questa zuppa di miso… poco zuppa, se capisci cosa intendo.”
- “Sì, come dire… poco zuppa.”
- “Esattamente.”
- “Ma chi eravate?”
- “Quasi tutti del finance.”
Questa è la conversazione che ho appena avuto con un Giovannino. E’ passato dalla mia stanza. Ha detto che era sicuro di trovarmi. Gli ho chiesto E perché? Lo dici che sembra che sono sempre qui. Lui ha detto E no?. E poi ha voluto un giudizio sul suo nuovo maglioncino arancione. Gli ho rubato l’espressione di sopra e ho detto Non che non mi piaccia, ma non è neanche che mi faccia impazzire.
E’ domenica mattina. A Milano è una gran bella giornata. Si lavora bene quando è una bella giornata a Milano. E io devo lavorare parecchio. Sono responsabile di una nuova operazione: una quotazione. Non ho mai seguito quotazioni. Sono andato sul sito della Borsa Italiana. Ho stampato un manualetto. L’ho letto in dieci minuti. Ora sono uno specialista di quotazioni. Questo almeno è quello che ha sostenuto Giuseppe.
Così vedi anche se ti piace questa branca del diritto, che è importante non cristallizzarsi solo su alcuni segmenti, sempre gli stessi.
Io a Giuseppe ho detto subito che lo so già che quella branca a me non piace, perchè per un attimo avevo pensato che davvero lui lo stesse facendo per me. Lui ha risposto su su alla fine si tratta solo di fare un prospettino. E questo sarà io mio lavoro fino a giugno. Fare un prospettino. Il prospettino è il prospetto informativo di 300/350 pagine, che deve accompagnare l’ingresso della società sul mercato, quello nominato nelle pubblicità Prima di aderire leggere attentamente il prospetto informativo.
Ecco. Questo è il motivo della mia latitanza da queste parti. La scrittura di un prospetto informativo da leggere attentamente prima di aderire. Credo che fino alla chiusura di questa nuova operazione l’aggiornamento del blog, che cercherò comunque di portare avanti, avverrà in maniera meno regolare, come sta succedendo. In compenso, in tutte le banche, a giugno, sarà presente il mio prospetto informativo. Corro a prenotarne uno per mio nonno. Ne sarà orgoglioso.
Saluto Giovannino.
- “Senti, ma oggi devi lavorare fino a tardi?”, chiedo.
- “No, non tardissimo.”
- “Però un po’ tardi sì.”
- “Sì, un po’ tardi sì.”
P.S.: Vorrei davvero lasciare un ringraziamento a tutti quelli che leggono, commentano e discutono. E’ bello vedere che questo blog può essere interessante anche e soprattutto a prescindere dai miei interventi.
Sono di nuovo a Londra.
New documents, new documents hanno detto lunedì gli inglesi. New documents il cazzo ha detto Giuseppe, io adesso ho bisogno di te qui a Milano, con questi ci parlo io. E si è chiuso nella sua stanza a parlarci lui con il cliente. Mi ha raggiunto un paio di ore dopo e mi ha detto in effetti ci sono dei nuovi documenti e se ne è andato. Giuseppe ci rimane sempre molto male quando i clienti abusano delle risorse di cui vorrebbe abusare solo lui.
Io, comunque, mi sono trovato martedì mattina di nuovo su un aereo, a fianco di un tizio che al telefono diceva certo che anche la business class è ben ridicola al giorno d’oggi. Io gli ho fatto presente sottovoce che eravamo in economy perché mi sembrava davvero deluso, lui mi ha guardato molto male e ha continuato a lamentarsi.
Sembrava la solita trasferta, finché ho conosciuto Georg.
Georg è un avvocato austriaco che vive qui a Londra. Era appostato al computer a fianco al mio. Un’immagine piuttosto divertente. Visto che rispetto a settimana scorsa la data-room era zeppa di professionisti, lo spazio a nostra disposizione era piuttosto limitato: ognuno guardava il PC a lui assegnato, su cui erano caricati i documenti, digitando gli appunti sul proprio laptop appoggiato sulle ginocchia. Tutti nella posizione di qualcuno sul gabinetto che scopre troppo tardi di non avere chiuso la porta e non può che rannicchiarsi.
Tutti tranne Georg.
Georg è il classico austriaco biondo e mascellone, alto quasi due metri. Se ne stava seduto a gambe larghe, rilassato, sorridente, senza PC sulle ginocchia. Ho pensato ecco questo idiota che s’è dimenticato il computer a casa e ora dovrà scrivere tutto a mano, eh eh eh, pirla, mi sono sentito furbo e mi sono stretto sulle ginocchia. Georg ha tirato fuori una sorta di registratorino e s’è messo a leggere tutto ad alta voce. Un dittafono, mi ha spiegato. Lui legge quello che gli serve, lo ripete, lo registra e sarà la segretaria a battere ed ordinare il materiale (“o un praticante”, ha aggiunto e ha riso forte, che tutti si sono voltati scocciati, ma Georg li ha fulminati uno per uno). Georg ha passato metà giornata a parlare senza che nessuno abbia mai osato dirgli nulla, poi nel primo pomeriggio si è alzato e se ne è andato. Mi ha chiesto have you plans for dinner? . Ho detto Uhm no. Ok, I’ll take care of you, ha detto lasciandomi il suo biglietto da visita.
Ci incontriamo alle nove.
Prendiamo un taxi e dopo una mezz’ora ci troviamo in una zona che ha i tratti del sogno. Ci sono solo neri, capannelli di ragazzi che fumano, ragazzini seduti sul marciapiede, due vecchi che litigano e sputano a terra. Da alcune abitazioni arriva musica altissima. Alcune luci al neon indicano la presenza di locali là dove a me sembra ci siano solo gabinetti. Dico a Georg che sembra Harlem non sarà pericoloso?. Non esattamente Harlem, risponde, ad Harlem ormai non ti fanno più niente. E’ un quartiere giamaicano, mi spiega, fuori dalle solite mete e mi trascina dentro a uno di questi locali ricavati in cucine d’appartamento. Mi ritrovo seduto di fronte a una parete piastrellata, stringendo qualcosa che a me sembra kebab, ma Georg mi dice di non chiamarlo così e si guarda in giro che nessuno abbia sentito.
Nelle successive due ore, tra una birra e l’altra, sotto le occhiate feroci che quasi tutti gli avventori lanciano nella nostra direzione, con la musica di un certo Lee “Scratch” Perry (me lo sono fatto scrivere), Georg mi ha raccontato di sé.
Georg è un personaggio incredibile.
Georg ha un sacco di interessi e di passioni.
Mi parla dei suoi miti, gente fatta di intuizioni, John Lennon, Steve Jobs, il Dr. Scholl. Mi dice che sta valutando la possibilità di aprire una serie di Bed&Breakfast nel Nord-Europa. Mi confida alcuni itinerari di viaggio che ha intenzione di fare. Mi racconta che sta lavorando a un disco spoken-word su basi electro-jazz con suo amico del liceo, famoso nel circuito underground berlinese. E poi locali, persone, libri, pensieri, obiettivi.
Lo ascolto estasiato. Seguo a bocca aperta tutto quello che dice come quando ascoltavo mio nonno raccontarmi la fiaba del fagiolo magico (quella dove un orco che non faceva che starsene tranquillo nella sua casa tra le nuvole veniva prima derubato e poi ammazzato da un bambino che comunque avrebbe vissuto felice e contento). Mi sento illuminato. Penso che Georg è un avvocato. Anch’io sono un avvocato. Forse nulla è perduto.
Georg a un certo punto mi dice che sta pure scrivendo un romanzo intitolato Quando suonarono al citofono, stavo mangiando un’ananas. Io chiedo Davvero? . Georg mi fissa. Aspetto una risposta, rapito. Beve un sorso di birra, poi dice che no, che sta scherzando. Ma potrei farlo, aggiunge. E scoppia a ridere. Scoppio a ridere anch’io e penso che Georg è veramente un tipo straordinario. Improvvisamente, però, mi sorge un dubbio che avrebbe dovuto sorgermi già da un po’. E chiedo: ma Georg, fammi capire, ma il Bed&Breakfast, il disco, tutti questi progetti, idee, cose… come fai con il lavoro, vuoi dirmi che c’è una soluzione?
- “Ah ah ah. Il lavoro… Il lavoro non è più un problema. Questa è la mia ultima operazione. Mi trasferisco a Copenhagen a maggio, raggiungo un amico in una società di consulenza pubblicitaria… Ah ah ah…”
Mi fermo. Lo guardo fisso. Prendo la birra e butto giù l’ultimo goccio. Mi alzo.
- “Senti, Esopo. Andiamo. S’è fatto tardi e domani alle otto io devo stare in data-room.”
Che a me le storie con la morale sono sempre venute a noia presto.
Sono stato in trasferta a Londra.
Con questa, a Londra ci sono stato otto volte. “Duchesne è bella Londra, eh?” “E’ bella sì”, dico io. “Porca vacca se è bella”, aggiungo muovendo su e giù la testa come se avessi molto freddo. Poi aggiungo “Certo che Mastella però, cioè, insomma, eh…”, giusto per cambiare discorso. Perché io Londra non è che l’ho vista bene. Anzi.
Prima di partire, mi compro ogni volta una guida nuova (ho la Lonely Planet, la Clup Guide, la Touring Club, la Routard, e anche una piantina disegnata con la penna rossa da Eleonora, la mia ex, con l’indicazione di un negozio che vende borsette particolari coi brillantini, che non riuscii a comperarle) e mi butto giù un percorso notturno di visita, da seguire una volta completati i doveri professionali. Poi, però, tutto va sempre in un altro modo. Salgo su un aereo. Atterro. Prendo un taxi. Finisco in un albergo con i gabinetti più grossi del mio salotto. Faccio colazione coi salamini e il formaggio gommoso. Entro in qualche sala riunioni. Ci sto dentro per un paio di giorni. Ritorno in albergo. Riprendo l’aereo. Torno a casa.
L’abbazia di Westminster, il Big Ben, Kensington Palace, il Tower Bridge, la Tower of London, Buckingham Palace, Piccadilly Circus, io li ho visti dal taxi, una volta che ho deciso di farmi scorrazzare a spese di una nota società attiva nel campo dell’energia. Il taxista era turco. Mi invitò anche a casa. Devo essergli sembrato molto simpatico. O forse molto stupido e voleva finire di rapinarmi con tutta tranquillità.
Questa volta però sono partito ottimista. Quando Giuseppe mi ha detto che si trattava di partecipare a una due diligence di livello globale con professionisti da studi illegali di ogni parte del mondo – ognuno a rivedere la propria parte (“Quei tre o quattro contrattini che tu, Duchesne, te li mangi a colazione” “Ma cosa i contrattini?” “Ma no, i colleghi. Ma anche i contrattini”) – ho pensato che mi cascava proprio bene. Orari d’ufficio e, chiusa la data room, un giro per la capitale. Questa volta salgo pure sul London Eye, mi sono ripromesso, mettendo la macchinetta fotografica nel trolley.
Ora, devo aprire una piccola parentesi per coloro che non hanno molta confidenza con certe pratiche contro natura come le due diligence. Già stare seduto dieci ore in una stanza a rivedere carte su carte, contratti su contratti, e segnare in una tabellina le parti, la data, l’oggetto, la durata, la change of control clause, il recesso, la clausola arbitrale, non c’è la firma, manca una pagina, dov’è la macchinetta del caffé, mi chiama uno psicologo, non era forse l’obiettivo che mi prefiggevo quando passavo le giornate a studiare in Sala Crociera.
Oggi, tuttavia, il sistema è stato addirittura modernizzato. Per evitare di doversi recare tutti nel luogo dove sono depositati i documenti d’analizzare, tali documenti vengono scannerizzati e immessi in una stanza virtuale cui si accede con apposita password. Io lo scoprii tre anni fa, un giorno che stavo partendo per Parma e fui bloccato da Giuseppe che ero già quasi in stazione. Giuseppe aveva inteso che la data room virtuale (così si chiama il sito in cui vengono caricati i documenti) fosse virtuale perché c’erano pochi documenti.
- “Ma pensa ai vantaggi”, disse Giuseppe, “massima sicurezza, massima privacy, si può procedere alla revisione direttamente dal proprio computer senza trasferirsi a Parma, anche se a Parma devo dire che c’è un bel movimento di… eh eh eh… comunque… non si è costretti a sospendere il lavoro quando la data room chiude, si può andare avanti ad oltranza, anche di notte se poi uno vuole, e a noi che ce ne frega, siamo liberi professionisti, mica abbiamo da timbrare il cartellino, con risparmio incredibile sulle tempistiche e sulle spese del cliente.”
- “Non ho capito bene i vantaggi.”
Nulla. I vantaggi erano fondamentalmente quelli: passare quattordici ore fissando sullo schermo del PC una mole di documenti scannerizzati, ma il cui originale era al sicuro a distanza di centinaia quando non migliaia di chilometri. Beh, in effetti, ho detto, è ben sorprendente. E poi sono diventato triste. Passai tre o quattro giorni in ufficio a riveder contratti, con i piedi appoggiati sul trolley.
Fatta la premessa, ora sarà più comprensibile quanto il progresso segua strade particolari.
A Londra sono stato chiuso in una stanza con un PC preparato apposta per me su cui erano stati caricati tutti i documenti.
- “Ma porca puttana” ho esordito in italiano e poi ho continuato in inglese “ma non potevo starmene a Milano, allora?”
Mi hanno spiegato che il sistema presenta delle falle, ci sono stati alcuni avvocati che hanno pensato di essere i più furbi e sono riusciti a stamparsi i documenti e via a vanificare gli sforzi di chi ha fatto tanto per scannerizzare pagina per pagina migliaia di documenti nel nome della riservatezza, che oggi invece girano per gli studi come fossero volantini di un outlet, alla faccia sempre della riservatezza. “A parte” ho detto io, “che voi date troppo peso a questa storia della riservatezza che io mi chiedo a chi gliene frega del vostro statuto, ma chi, chi può avere fatto una cosa del genere?” e intanto pensavo a Sodarini, il nostro tecnico IT, che mi ha aiutato tante volte a violare il sistema nel corso di precedenti due diligence, tanto che pure Giuseppe, interessatosi al fenomeno, ha detto “deve ancora nascere il computer che mette nel sacco l’avvocato, ah, Garry Kasparov la tua lezione non è stata vana”. E pure io avevo sorriso.
E mentre ricominciavo a sorridere, gli inglesi mi hanno spiegato che comunque anche questo sistema aveva dei vantaggi e hanno ripreso la solfa della privacy, della confidentiality, del fermarsi anche la notte volendo. E ho smesso immediatamente di sorridere.
Sono stato tre giorni a Londra e ho visto atti costitutivi, contratti, documentazione di employment, finanziamenti, IP, tutto. La sera prima di partire sono sceso a fare il check-out. Mentre la receptionist calcolava il numero di pacchetti di noccioline che ho fatto fuori, come sempre ho preso una cartolina, una di quelle distribuite dagli alberghi con una foto di qualche monumento e sotto le cinque stelle e il nome dell’hotel. Ho scritto saluti da Londra e ho chiesto alla ragazza di farla inviare.
Non vedo l’ora che arrivi. Mi piace ricevere la posta. Su questa cartolina, poi, c’è il London Eye.
Mentre Nicola sta cercando di spiegarmi come sono andate davvero le cose al World Trade Center (“Te lo dico io, dietro l’undici settembre c’è una commistione di poteri” “Forti o occulti?” “Assolutamente entrambi”), la porta viene battuta con forza.
- “Ma porca puttana, ma non si può proprio lavorare in questo posto senza essere disturbati ogni due per tre. AVANTI”.
Basito, guardo Nicola che sta ancora sussurrando “e cazzo…” e prego che dietro la porta non ci sia Giuseppe, il mio capo.
Un sorriso smagliante si fa strada al saluto di “Ciao stronzi”.
Si tratta di Achille, un quintale d’uomo, 35 anni, sempre molto sudato.
Achille è nel mio stesso team. Del gruppo, lui è l’avvocato esperto, di rango. Se io, per Giuseppe, sono il bastone della vecchiaia, Achille è il braccio armato. Entrambi ci riteniamo solo due grucce in rovina.
Stronzo è l’appellativo migliore con cui può capitare che si rivolga ad un collega. A’bbello è quello con cui talvolta chiama me, da quando ho confermato a sua moglie, che non ha mai voluto lasciare la capitale per seguirlo a Milano, un improbabile alibi lavorativo per un Natale passato lontano dalla famiglia. Le assicurai, sotto le preghiere e le minacce di Achille, che il marito era bloccato a Milano, su un progetto piuttosto complicato e di notevole delicatezza. Non le dissi che il progetto in questione si chiamava Lyudmyla, ucraina, quarta naturale, riceve in ambiente raffinato, 400 Euro l’ora.
- “Ciao Achille”, saluto senza alzare la testa.
- “Che fate?”
- “Tu che fai?”
- “Me ne vado.”
- “Ecco bravo, levati dalle palle, che stiamo cercando di lavorare.”
- “No, no, bello, nun hai capito. Me ne vado proprio.”
- “E dove vai?”
- “Torno a Roma.”
La frase risuona come un tuono. Alzo gli occhi dal computer e mi fermo a scrutarlo. Achille resta sulla porta. Mi guarda serio.
- “Ok, spara la cazzata”.
Nessuna cazzata.
Dopo sei anni di collaborazione professionale con lo studio, centinaia di pasti consumati insieme sviluppando piani criminali con fuga in Venezuela (“dove un criminale può ricostruirsi una vita senza però rinunciare al crimine”), innumerevoli notti trascorse a sorreggerci a vicenda inventando nuovi maledizioni su santi del calendario poco considerati, Achille lascia.
- “Perché?”, domando, provando già una certa nostalgia.
- “Luisa.”
Da tempo mi ha confessato che il suo matrimonio è in difficoltà, incomprensioni, lontananza, solitudine. La situazione, però, sembra essersi aggravata ora che la moglie ha cominciato a dare quelli che Achille chiama segni de squilibrio assoluto, ASSOLUTO.
Vuole rifarsi il seno.
- “Sempre stata tarmente piatta che ce potevo giocà al curling. Piatta. ‘Na lastra. E mo’ che vole, Madonna mia? Bello mio, qua si sta sgretolando tutto. Tutto. C’ho pensato, io è mesi che ce penso. Giorno e notte. E mo’ basta, Ho comunicato la decisione. Torno a casa.”
Mi fermo a pensare, senza trovare parole buone da dire. E’ Achille che, come un fiume in piena, decide di approfondire la situazione.
- “Sta cambiando, Duchè. Sta cambiando.”
- “Ma che dici, Achille? Non ci pensare ora. La tua è un’impressione. Solo questo. Lascia stare, non farti venire pensieri strani. Hai fatto la tua scelta? Perfetto, ora torni a Roma. Vedrai che riesci a sistemare tutto. E’ questione solo di ritrovarsi, di riprendere in mano il rapporto, di stare vicini. Su, dai.”
- “Non me lo succhia più.”
- “Achille, sei disgustoso.”
- “Aho’, sta a parlà Giovanni Paolo. Disgustoso. Senti come lo dice, di-sgu-sto-so.”
- “Achille, cazzo, stai parlando di tua moglie. Almeno abbi un minimo di ritegno. Non ti sto chiedendo di recitarmi Petrarca.”
- “Appunto. Dimme te, da chi devo farmelo succhiare, se non da mi moje?”
- “A parte che tu te lo vorresti far succhiare da tutto l’elenco telefonico dell’Est europeo, almeno le performance con tua moglie me le puoi risparmiare o chiedo troppo?”
- “Ok, ok, te le risparmio.”
- “Eh. Grazie infinite.”
- “Fatto sta che non me lo succhia più.”
- “Vaffanculo.”
Ad interrompere la discussione interviene Valentina, la mia segretaria, che, provvidenzialmente, irrompe nella stanza. Giuseppe vuole parlarmi. Immediatamente. Accolgo quello che di solito sarebbe un biglietto di sola andata per l’inferno come un invito ad una cena di gala e mollo Achille nella stanza.
- “Poi riprendiamo il discorso”, decreta.
- “No, no, non ne voglio sapere niente. Parlane con Nicola. Io mi chiamo fuori.”
- “Ma Nicola è gay. Vero Nicola?”
Mentre Nicola, paonazzo, scaglia un’arancia contro Achille, esco di corsa dalla stanza.