STUDIO ILLEGALE

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Utente: duchesne
Io sono un professionista serio. Ultimamente non sto molto bene.

Una storia italiana


In libreria dal 4 febbraio 2009

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mercoledì, 18 marzo 2009

“WE’RE A FUNNY COMBINATION, ME AND I”


...insomma siamo arrivati alla fine.

E se, il giorno in cui ho aperto questo spazio, mi avessero rivelato tutto quello che poi ne sarebbe nato, probabilmente ne avrei avuto una gran paura, ma mi ci sarei buttato con ancora più entusiasmo di quanto non ci abbia messo.

Ma è meglio cominciare dall’inizio, e magari raccontare l’ultima storia di questo blog, la più vera di tutte, che, come a volte accade, è anche quella che poi sembrerà la più falsa.

Ho aperto questo blog il 29 aprile 2007, una settimana dopo aver lasciato lo studio (FBD) in cui ho lavorato tre anni (i due anni di pratica, proprio per non farmi mancare le giuste emozioni, li ho fatti invece in uno studio tradizionale).

In quel periodo, con tutte le mie lagne, ero diventato il martirio quotidiano cui doveva sottoporsi la mia compagna di stanza (di cui rimane negli archivi una foto che mi scattò mentre fissavo immobile lo schermo del PC piegato in una gobba che non aveva molto di naturale). Giunse così il giorno che, al limite della sopportazione, mi disse:

- “Senti, Duchesne [lei disse Fede, ma mi piace usarlo per l’ultima volta] se non ce la fai più, puoi anche andartene.”
- “Eh, già”, ho detto io. “Brava. E dove vado?”
- “Ma guarda”, ha sospirato lei, più per esasperazione che per reale convincimento, “puoi andartene anche senza avere un’alternativa.”

E il discorso morì lì.
Lei tornò a sbuffare, io a ingobbirmi.
Eppure, in qualche modo, dentro la mia testa qualcosa s’era messo in funzione.

Una settimana dopo le dissi:

- “Ci sto.”
- “Ci stai cosa?”, disse lei.
- “Andarmene senza avere un lavoro, ci sto. È una grande idea, si può fare.”

La mia compagna di stanza non perse tempo e sviluppò una tabellina Excel con cui calcolare la mia sopravvivenza economica con quello che ero riuscito a mettere da parte nei miei anni di lavoro, calcolando tasse, Iva, affitto, spese. Il risultato fu incoraggiante: ce n’era abbastanza per garantirsi il leggendario anno sabbatico e, visto che mancava una sola settimana al signing del progetto che stavo seguendo, affrontai quei giorni, con i vari affanni, pizze e tutto il solito corredo pre-signing, con una strana vivacità, finché, la notte del 31 marzo – poteva essere un sabato – intorno alle 23.00 venne apposta l’ultima firma sul contratto.

Il lunedì dopo, con la mia bella tabellina Excel nella tasca, comunicai ai partner che me ne andavo.

***


Ho aperto il blog una settimana dopo che, esaurito il passaggio di consegne, ho lasciato definitivamente lo studio. L’ho fatto con un buon numero di propositi in testa, tutti molto poco chiari. Sapevo che volevo raccontare quel mondo professionale da cui avevo deciso, con un’incoscienza che oggi mi invidio, di allontanarmi. Niente di più. E su quelle pericolanti basi presero forma i primi post, molto ingenui (diciamo molto noiosi), che ho pubblicato tra la paura di avere fatto la più grossa idiozia della mia vita e la strana sensazione che quella idiozia fosse la cosa più sensata che avessi mai fatto.

Mi sono reso conto presto che scrivere “si lavora fino a mezzanotte” oppure “è impossibile avere una vita privata” oppure “i clienti non hanno rispetto” poteva anche avere un suo senso, ma raccontare quelle notti di lavoro o la telefonata di una ragazza che ti lascia mentre sei nel mezzo di un closing o i giri di parole usati quando si viene richiamati dalle vacanze, e le pause caffè, i viaggi in taxi, le trasferte, le riunioni, i discorsi, i pensieri, la vita quotidiana… beh, quella era tutta un’altra storia. E, a me, è quella storia che piaceva raccontare.

Col senno di poi è stato detto di tutto, ma la verità è che non c’era spazio per operazioni commerciali o sogni di gloria o tentativi di rivalsa. C’erano solo quei giorni improbabili, in cui la mia sola preoccupazione era svegliarmi in tempo per pranzare, e l’eccitazione che accompagnava l’idea di poter ridere e far ridere di un lavoro e di tutta un’umanità professionale, ricreandone le storie e le atmosfere, attraverso un personaggio che, a differenza di quanto ho spesso fatto io, non aveva alcun pudore nel mostrare la sua debolezza e il suo disagio. Tutto il resto è venuto da sé – i primi commentatori, le prime mail, i primi articoli, l’attenzione sempre crescente – ed è venuto ogni volta con maggiore sorpresa ed emozione, fino al culmine della proposta della Marsilio di tradurre tutto in un vero e proprio romanzo, in cui mettere ciò – in sostanza una vera e propria storia – che non avrebbe mai potuto trovare posto sul blog.

Non ho mai inteso essere un eroe o un sovversivo (non con una cravatta rossa perlomeno), così come non ho mai pensato di giocare con la fiducia della gente (per mesi ho scritto con picchi massimi di sette lettori al giorno). L’anonimato è stata una scelta fatta il giorno che ho aperto questo blog, quando nulla di quello che sarebbe successo poteva essere anche solo sperato, una scelta comune a qualunque blogger, presa per il solo gusto di essere libero di raccontare quello che volevo, senza condizionamenti di sorta, senza dovermi giustificare o legittimare, semplicemente portare avanti questo spazio libero da vincoli e obblighi e influenze. Non so se sia stata una scelta giusta, non mi sono mai posto la questione in questi termini, semplicemente era ciò che sentivo giusto fare. E non ho mai pensato di rinunciarvi solo perché improvvisamente il blog cominciava a ricevere attenzioni.

La questione delicata semmai è stata un’altra: a un certo punto s’è trattato di parlare del blog o del libro in altri spazi (fossero mail, pvt, interviste o telefonate). Ma anche lì, alla fine, è bastato lasciare la briglia sciolta a ciò che, con successo, avevo cominciato a sviluppare, la schizofrenia. E così Duchesne ogni tanto ha trovato il suo spazio anche nella realtà.

Naturalmente non tutto va come ci si aspetta e questa corazza di anonimato – che non ho mai vissuto come un peso e che, fosse stato per me, avrei portato addosso volentieri ancora a lungo – s’è rivelata per quello che era, un grembiulino, nemmeno troppo resistente. I buchi hanno cominciato ad aprirsi presto e, alla fine, quando grazie alla lungimiranza ed attenzione della SIAE il mio nome è finito addirittura stampato su quegli stessi libri da cui doveva rimanere lontano, beh, prima che uscissero le mie foto al liceo in cui reggevo la lavagnetta con la scritta Quarta C, era arrivato il momento di affrontare l’uscita pubblica.

Questo blog arriva così alla fine del suo percorso e, messa alle spalle la malinconia che ha seguito l’averne preso coscienza, oggi sono convinto che sia giusto così. Il romanzo contiene tutto quello che volevo raccontare, di questo mondo professionale in particolare, e, più in generale, dell’ambizione e delle scelte di vita, naturalmente senza altro scopo che non fosse quello di divertire raccontando un lavoro ma, soprattutto, un professionista serio che non stava molto bene. Quello che avevo da dire è scritto lì e meglio non saprei fare. “Un libro arguto, appassionato, cinico ma non cattivo – come dire – reale”, direbbe l’editore. “Studio illegale? Ma che cazzo è? Un gioco di parole?”, direbbe Giuseppe.

Restano ancora un paio di cose. Prima di tutto, voglio ringraziarvi, ancora una volta, ancora di cuore, per la comunità con cui avete popolato queste pagine, le quali, senza i vostri commenti, non sarebbero mai state le stesse, così vive, così seguite, così famigliari; e, infine, come è giusto, bisogna terminare la storia che ho cominciato sopra: la tabellina Excel si rivelò errata, i miei soldi finirono in quattro mesi, e io, ancora oggi, non ho mai capito se fu un vero errore o, piuttosto, l’espediente definitivo con cui la mia compagna di stanza, alla fine, riuscì a liberarsi di me.

Ciao,

Federico
postato da: duchesne alle ore 01:16 | link | commenti (341)
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martedì, 17 febbraio 2009

NON CREIAMO INUTILI ALLARMISMI (L’OTTIMISMO)


L’avvocato d’affari – come ogni avvocato – è un libero professionista.

E questo, molto semplicemente, significa che, all’inizio della sua collaborazione con lo studio illegale, non firma nessun contratto di lavoro. Certo, qualcuno, soprattutto negli studi anglosassoni, si trova a dover firmare un contratto in cui dichiara che non ha firmato nessun contratto, ma queste sono eccezioni figlie di quel famoso humour inglese, tanto giustamente celebrato.

Improvvisamente, però, a scardinare le certezze di tutto questo libero professionismo, è arrivata la Crisi e la Crisi, si sa, genera nervosismo, suscita insicurezze, diffonde paure e l’avvocato d’affari allora tende le orecchie, si guarda in giro, coglie i segnali, si affida alle smentite lette sui giornali (“Tagli? Solo una leggenda metropolitana”), con tutto il loro sapore di ottimismo ed euforia.

Ed è proprio con le ottimistiche ed euforiche smentite nella testa che il mio ex compagno di università, Còmoli, si è presentato nella stanza del suo partner responsabile.

- “Siediti Comòli…”
- “Còmoli.”
- “…Còmoli.”

Una lunga pausa ottimista.

- “Son nervoso, non farci caso”, gli ha detto a un certo punto il partner. “Stamattina ho litigato con un tizio sull’autobus, un ciccione, se ne stava lì in mezzo al corridoio, ostruiva il passaggio, che io poi, figurati, va bene, son paziente, ma penso agli anziani, alle donne incinte. Guarda, alle volte penso che gli obesi, con tutto il rispetto, non dovrebbero nemmeno farli entrare in certi posti. Tipo il cinema, l’aereo, anche alcuni bar. Sei lì che hai pagato un servizio e ti trovi ostacolato nella fruizione.”
- “Beh”, ha detto Còmoli, ancora abbastanza ottimista. “È anche questione di essere tolleranti. Se no, allora, uno potrebbe non volere, per dire, i vecchi.”
- “Se fossero grassi. Se no, che fastidio ti danno? A parte quelli impresentabili e allora ti potrei anche seguire, ma lì è la malattia, cazzo, bisognerebbe davvero essere bastardi.”
- “Non so. Io qualche anno fa ero grasso e, ecco, anche sentirmi segregato non mi sarebbe piaciuto.”
- “Tu eri grasso?”
- “Sì, poi ho avuto dei problemi di salute e, per farla breve, mi sono asciugato, ho perso 18 chili.”
- “Però oggi stai meglio.”
- “Beh, sì, naturale.”
- “E allora lo vedi che mi dai ragione? Ma pensa te, vieni a fare il politically correct con me? Tu farai carriera, caro mio. Comunque, eccoci qui. Arriviamo subito al punto, che siamo persone mature, e insomma... abbiamo avuto dei, ehm, colloqui interni. Sai com’è, i tempi sono quelli che sono, la congiuntura la conosciamo bene, e una struttura come la nostra necessita di coesione, di dialogo, pianificazione. E, pur con tutto l’ottimismo che abbiamo – perché il nostro è uno studio che funziona e funziona bene – è necessario muoversi per tempo, prevenire, eludere.”
- “Sì.”
- “Sono necessari dei chiamiamoli correttivi.”
- “Sì.”
- “Tu mi capisci, vero. Insomma, ci sono risorse, pure importanti, che però oggi non hanno vuoi le possibilità, vuoi le capacità, vuoi solo le condizioni ambientali per offrire il loro apporto. E queste risorse vanno quindi, diciamo, liberate.”
- “…”
- “Liberate”, ha ripetuto il partner.
- “Devo…”, un’esitazione poco ottimista da parte di Còmoli. “Devo lasciare lo studio?”
- “Non subito, cosa siamo? Cerberi? No, un paio mesi, ti prendi il tuo tempo per guardarti intorno, orientarti, cercare il tuo percorso. In fondo è solo un momento un po’ così, viscerale, una crisi di paure più che di sistema. Che poi è importante non creare inutili allarmismi. La crisi c’è – perché la crisi c’è – ma si gestisce, con la giusta fermezza, con la competenza, anche con la speranza, via. Poi uno come te, trent’anni, brillante, non si deve preoccupare, ha tutte le possibilità di questo mondo, anche fuori di qui, soprattutto fuori di qui, si tratta di capire la tua strada, che non dico che non sia questa, anzi, può essere, ma va prima capito e questo, caro Còmoli, non possiamo essere noi a farlo. Che poi, tu l’hai già dimostrato, soprattutto a te stesso. Quat-tor-di-ci.”
- “Cosa?”
- “I chili che sei riuscito a perdere.”
- “Diciotto.”
- “Diciotto? Tu sei un grande.”
postato da: duchesne alle ore 01:17 | link | commenti (1194)
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martedì, 03 febbraio 2009

IL MESSAGGIO PROMOZIONALE


Dopo questa e questa, alla fine, è successo che oggi ho ricevuto un’altra telefonata dell’editore. E questa volta, ad essere sinceri, un po’ me la sono andata a cercare.

- “Duchesne”, la solita voce, un po’ meno squillante.
- “Eccomi.”
- “Sì, per fortuna eccoti. Ma allora? Me la dai una spiegazione?”
- “Una spiegazione di cosa?”, ho chiesto, facendo finta di non capire.
- “Il silenzio, figliolo. Tutto questo silenzio. Ma non mi fai neanche un po’ di promozione, un annuncio, piccolo piccolo? Cioè, il deserto hai fatto sul blog. Non un post, nulla, mi sembra di vederti, rintanato, tutto – come dire – musone. Ma gli vogliamo dare una possibilità a questo libro? Lo vogliamo portare in giro il tuo messaggio? Perché tu ce l’hai il messaggio, Duke.”
- “Io pensavo di…”
- “Un messaggio forte: la speranza, la resistenza – come dire – il sogno. Ma porca valanga, Duchesnone, queste cose non dovrei essere io a dirtele.”
- “È che sono un po’ nervoso…”
- “Ah, ecco, giusto, poverino, è nervoso. Però finché sfotti la gente non sei mica nervoso, che l’ho visto eh, che ti piace prendermi per il culo, tutta la storia dell’editore minchione.”
- “Ma no, ma quello sul blog non sei tu, è finzione narrativa, l’ho detto anche in un’intervista.”
- “Sì, la finzione narrativa. E già, perché io sono fesso, sono Giuseppe, io, che me lo faccio menare sotto il mento. Eppure lo vedi, Duke, io lo chiudo l’occhio, mi tappo – come dire – il naso. Però mi aspetto l’impegno da parte tua, la volontà. E tu, niente, un muro. E allora, visto che ti piace fare il furbacchione e ho capito cosa hai in mente, ci penso io: Da domani, 4 febbraio, in tutte le librerie, Studio Illegale, il romanzo. Scritto tutto?”
- “…”
- “Perfetto. Una è fatta. Ora, Duke, ancora una cosa. Hai visto la puntata dei Simpson, con Pynchon, lo scrittore, che si tiene il sacchetto del pane sulla testa per non farsi riconoscere?”
- “Quella in cui Marge scrive un romanzo?”
- “Quella. Ed ecco l’idea. E se facessimo una tua foto…”
- “Sì?”
- “… con un enorme cravattone rosso che ti copre tutta la faccia? Pensaci, che poi ti chiamo.”
postato da: duchesne alle ore 00:35 | link | commenti (304)
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mercoledì, 07 gennaio 2009

NELLA CASELLA DELLO SPAM: “A NEW YEAR, A NEW DICK”


Giorni di neve a Milano, e in tutto lo studio si respira aria di ritorni in leggerezza, di allegria, giovani donne con gli stivali di gomma col tacco, giovani uomini un po’ casual un po’ no, partner disinvolti che s’affacciano nelle stanze. Alla macchinetta del caffè ci si ritrova, ci si confronta, ci si diverte, un nuovo anno davanti, poca crisi, tanta simpatia.

- “Che hai fatto il trentuno?”
- “Niente di che, una cenetta, trenta persone, una piccola cosa, in baita, caminetto, alberello, panettone. Qualche figa, niente di eccessivo.”
- “Io sono stato al concerto di Max Gazzè, in piazza. Bello, ben suonato, le luci.”
- “Eh, non male neanche quello. Una cosa semplice direi, festiva. Anche se, a me, la musica francese di oggi non è che mi prende molto.”
- “Musica francese?”
- “Poca passione. Troppa elettronica.”
- “Max Gazzè non è francese.”
- “Ma lascia stare di dov’è, dove non è. Neanche Hitler era tedesco, ma guarda poi cosa ha fatto.”
- “Ma… ma cosa stai dicendo?”
- “Cinque milioni di morti. Io ci starei attento prima di dire cose avventate.”
- “Semmai sei milioni.”
- “A maggior ragione. Oh, c’è Giovannino.”
- “Ehi carissimi. Allora? Che mi dite? Abbiamo trivellato?”

Intanto Giuseppe, il mio capo, gira per lo studio con suo figlio, un bambino sui nove anni, capelli a scodella, un’asma elegante e la faccia di chi ha già capito di appartenere al ceto sociale giusto.

- “Ciao Giacomo”, gli ho detto, tentando un sorriso, quando è passato nella mia stanza.
- “Ciao”, ha risposto lui, ritraendosi dietro la gamba del papà.
- “Dai Giacomino” ha detto Giuseppe “su, saluta per bene il nostro Duchesne. Digli ciao Duschesne.”
- “Ciao Duchesne”, ha ripetuto Giacomino, sempre ritraendosi, con gli occhi bassi.
- “Bravo Giacomino” ha ripreso Giuseppe. “Ora digli lavora Duchesne.”
- “Eddai Giuseppe”, ho detto io, già un po’ in imbarazzo, “lascialo, poverino. È timido”.
- “No, no, altro che timido. Giacomino, fagli vedere. Lavora Duchesne.”

Giacomino mi ha guardato. Ha esitato un attimo, poi, come se fosse stato toccato da qualcosa, ha capito.

- “Lavora Duchesne.”
- “Ah ah ah”, ha detto Giuseppe prendendolo in braccio, facendogli il solletico e portandolo fuori dalla stanza. “Lo sapevo, il mio junior partner. Lavora Duchesne, l’hai detto bene. Lavora Duchesne. Che bella la vita.”

Ho cominciato a fissare una matita, così, per sentirmi superiore a qualcosa.
postato da: duchesne alle ore 16:41 | link | commenti (628)
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mercoledì, 24 dicembre 2008

UN PICCOLO PENSIERO


A Milano è scesa la nebbia; i negozi hanno chiuso in anticipo; il pannello sopra la mia testa indicava un'attesa di 24 minuti per il 14 quando un tram tutto vuoto pieno di lucine mi è sfilato davanti, un po’ come una provocazione; un mio amico di Bonelli mi ha mandato una cartolina elettronica con un enorme fiocco di neve che attraversava lo schermo e scopriva piano piano la facciata del suo studio e poi finiva lì; ho visto ausiliari della sosta fare le multe con il cappellino di babbo natale con le lucine; fuori dalla FNAC, ho sentito un uomo pieno di pacchi dire alla figlia: “Patrizia hai rotto i coglioni, tua madre la vedi domani, oggi sei mia”; mi è arrivato un panettoncino di 250 grammi da Banca xxxxxx; i barboni giocano a carte in Galleria; nei negozi di kebab i commessi dicono semplicemente buona serata ma quando stai per chiudere la porta lo senti che si stanno correggendo perché si sono ricordati che questa sera è una sera speciale; Giuseppe mi ha chiamato dall’aeroporto e mi ha detto: “auguri a te, alla tua famiglia, e anche a Eleonora, ah no, aspetta, vero che ti ha lasciato, ah ah ah, eddai che si scherza, se non si è autoironici almeno la vigilia”; mia mamma mi ha mandato una mail: “aiutami che non mi ricordo, ma tu la frittata la mangi?”; e io adesso vado a farmi una doccia, metto su la pasta e poi mi guardo Sette spose per sette fratelli.

Insomma, i segni mi sembra ci siano tutti: domani è Natale.

Auguri.
postato da: duchesne alle ore 20:12 | link | commenti (88)
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lunedì, 08 dicembre 2008

DECONSTRUCTING DUCHESNE


L’anno scorso, dopo aver ricevuto questa telefonata, mi sono messo immediatamente al lavoro sul libro e, dopo molte stesure, ripensamenti, revisioni, ho spedito il manoscritto speranzoso e mi sono messo in impaziente attesa. Così, dopo un paio di settimane, ho ricevuto quest’altra telefonata.

- “Duchesne”, ha detto la stessa voce squillante della prima volta.
- “Eccomi.”
- “Ma che diavolo di nome, Duchesne.”
- “Sì, ma con la c dolce. Ducesne.”
- “No, no, altro che c dolce. Dukesne, aggressivo, duro.”
- “…”
- “Comunque Duke – ho visto che ti chiamano anche Duke, sapore di jazz, anni venti – ho appena finito il manoscritto. Te lo dico, Duke – bello anche Duke, in effetti – io me lo aspettavo un certo sapore, una bella storia piena di – come dire – condimento. Eh, ma qui altro che sugo, qui abbiamo proprio un bel polpettone. Ma non nel senso di noia, oh, Duke, mi raccomando, intendo nel senso di prelibatezza, di golosità – come dire – succulenza. Non mi fraintendere, suc-cu-len-za, che io da quello che leggo lo vedo che tu sei un pochino così – come dire – incazzoso e ti offendi subito. No, qui abbiamo un polpettone di grossa sostanza. Guarda, Duchesnone, io mica me l’aspettavo, che sei sempre lì mogio, tutto perbenino, e sto bene e sto male, lo ammetto, io non me l’aspettavo. E invece devo dirlo: bravo, bravo il Duchesne che mi ha fatto il romanzo. Come dice Giuseppe? Il mio prezioso collaboratore. Ecco, a proposito, forse sei stato un po’ – come dire – addosso al personaggio di questo giovane avvocato, un po’ sbilanciato in suo favore. E Giuseppe me l’hai un po’ – come dire – strapazzato, povero il mio Giuseppe. Ma va bene così, gioventù, ribellione, ritorno al sessantotto.”
- “…”
- “Duke, ma ci sei?”
- “Sì.”
- “Wow.”
postato da: duchesne alle ore 12:28 | link | commenti (253)
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lunedì, 17 novembre 2008

SEMPRE SUGLI AVVOCATI D’AFFARI


Qualche giorno fa, mi è stato chiesto se mi andava di scrivere un breve articolo per inaugurare il nuovo Italia Oggi del lunedì e, soprattutto, il relativo allegato, Avvocati Oggi, dedicato al mondo legale. Lì per lì ho pensato di rilanciare chiedendo che mi affidassero la rubrica della posta (avevo anche pensato a un titolo forte, qualcosa come: “L’esperto risponde. Non provocatelo”), poi, però, ho accettato volentieri e ho scritto un piccolo pezzo a proposito della professione d’avvocato d’affari, che è stato pubblicato oggi, a pagina 2. Lo riporto anche qui sotto.

(Tempo di lettura previsto: due minuti. Massimo.)

***

Nel 1952, David Tudor, pianista americano, eseguì per la prima volta in pubblico l'opera in tre movimenti, dal titolo 4:33, composta quattro anni prima da John Cage, compositore americano. David Tudor era un giovane artista sperimentale. Si presentò sul palco del teatro: professionale, elegante, rispettabile. Si sedette sullo sgabello davanti al pianoforte e sistemò di fronte a sé i fogli dello spartito. Poi prese un cronografo tascabile, lo avviò e lo appoggiò di fianco allo spartito. Da quel momento, sempre professionale, sempre elegante, sempre rispettabile, cominciò a voltare lentamente le pagine dello spartito e a sollevare e a richiudere il coperchio della tastiera tre volte, in silenzio, fissando il cronografo, senza mai toccare i tasti, per quattro minuti e trentatre secondi, duecentosettantre secondi di assenza di suoni. Alla fine si alzò e uscì verso le quinte. Ecco, io, ultimamente, la mattina, quando mi preparo per andare a lavorare e annodo la cravatta e penso agli head of terms, alle closing agenda, alle newco, al notaio lussemburghese, e con questi pensieri mi dirigo verso il centro di Milano e varco la porta a vetri dello splendido palazzo dove ha sede il mio studio legale e attraverso la hall piena di marmo e di tappeti e di spigoli appuntiti e, raggiunta la mia stanza, mi siedo alla scrivania e accendo il PC, io ho la sensazione di essere il più professionale, il più elegante, il più rispettabile, ma poi, non so, rimango lì ed è tutto un gran silenzio...
postato da: duchesne alle ore 21:23 | link | commenti (542)
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giovedì, 30 ottobre 2008

INTANTO…


...piove. E io sto preparando un memo che non significa nulla, però comunque in inglese. E la Vodafone ha cambiato il mio piano tariffario. E Repubblica on line titola: “Troppo vento in San Pietro. Il Papa perde lo zucchetto.” E Antonio, un collega della stanza a fianco, parlando del rapporto in crisi con la sua ragazza ha detto che “andare a convivere è il nostro vero deal-breaker.” E ieri sono uscito alle 5 del mattino dallo studio e non pensavo a niente. E oggi gli studenti sono passati manifestando sotto la mia finestra senza riuscire a trovare uno slogan migliore di: “Chi non salta la Gelmini è. È.” E i dianetici mi fermano per strada per misurarmi lo stress. E a casa ho le zanzare. E la mia compagna di stanza ha pianto due volte questa settimana per quelli che chiama assurdi attacchi d’ansia. E ho fatto un colloquio da Lovell's e mi è stato chiesto: “Lei crede che volendo potrebbe essere migliore?” E mia madre mi ha chiesto perché non sono iscritto a Facebook. E stamattina Giuseppe mi ha detto: “Quando sono in ascensore con qualcuno che non conosco, io non mi guardo mai le scarpe, sono gli altri a farlo, io li fisso, e mi fanno pena.” E a Milano, è comparso un cartellone pubblicitario che recita: W la prugna forever.

Per me, preoccuparsi della recessione economica è un po' sottovalutare la faccenda.
postato da: duchesne alle ore 23:31 | link | commenti (424)
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