...insomma siamo arrivati alla fine.
E se, il giorno in cui ho aperto questo spazio, mi avessero rivelato tutto quello che poi ne sarebbe nato, probabilmente ne avrei avuto una gran paura, ma mi ci sarei buttato con ancora più entusiasmo di quanto non ci abbia messo.
Ma è meglio cominciare dall’inizio, e magari raccontare l’ultima storia di questo blog, la più vera di tutte, che, come a volte accade, è anche quella che poi sembrerà la più falsa.
Ho aperto questo blog il 29 aprile 2007, una settimana dopo aver lasciato lo studio (FBD) in cui ho lavorato tre anni (i due anni di pratica, proprio per non farmi mancare le giuste emozioni, li ho fatti invece in uno studio tradizionale).
In quel periodo, con tutte le mie lagne, ero diventato il martirio quotidiano cui doveva sottoporsi la mia compagna di stanza (di cui rimane negli archivi una foto che mi scattò mentre fissavo immobile lo schermo del PC piegato in una gobba che non aveva molto di naturale). Giunse così il giorno che, al limite della sopportazione, mi disse:
- “Senti, Duchesne [
lei disse Fede, ma mi piace usarlo per l’ultima volta] se non ce la fai più, puoi anche andartene.”
- “Eh, già”, ho detto io. “Brava. E dove vado?”
- “Ma guarda”, ha sospirato lei, più per esasperazione che per reale convincimento, “puoi andartene anche senza avere un’alternativa.”
E il discorso morì lì.
Lei tornò a sbuffare, io a ingobbirmi.
Eppure, in qualche modo, dentro la mia testa qualcosa s’era messo in funzione.
Una settimana dopo le dissi:
- “Ci sto.”
- “Ci stai
cosa?”, disse lei.
- “Andarmene senza avere un lavoro, ci sto. È una grande idea, si può fare.”
La mia compagna di stanza non perse tempo e sviluppò una tabellina Excel con cui calcolare la mia sopravvivenza economica con quello che ero riuscito a mettere da parte nei miei anni di lavoro, calcolando tasse, Iva, affitto, spese. Il risultato fu incoraggiante: ce n’era abbastanza per garantirsi il leggendario anno sabbatico e, visto che mancava una sola settimana al signing del progetto che stavo seguendo, affrontai quei giorni, con i vari affanni, pizze e tutto il solito corredo pre-signing, con una strana vivacità, finché, la notte del 31 marzo – poteva essere un sabato – intorno alle 23.00 venne apposta l’ultima firma sul contratto.
Il lunedì dopo, con la mia bella tabellina Excel nella tasca, comunicai ai partner che me ne andavo.
***
Ho aperto il blog una settimana dopo che, esaurito il passaggio di consegne, ho lasciato definitivamente lo studio. L’ho fatto con un buon numero di propositi in testa, tutti molto poco chiari. Sapevo che volevo raccontare quel mondo professionale da cui avevo deciso, con un’incoscienza che oggi mi invidio, di allontanarmi. Niente di più. E su quelle pericolanti basi presero forma i primi post, molto ingenui (diciamo molto noiosi), che ho pubblicato tra la paura di avere fatto la più grossa idiozia della mia vita e la strana sensazione che quella idiozia fosse la cosa più sensata che avessi mai fatto.
Mi sono reso conto presto che scrivere “
si lavora fino a mezzanotte” oppure “
è impossibile avere una vita privata” oppure “
i clienti non hanno rispetto” poteva anche avere un suo senso, ma raccontare quelle notti di lavoro o la telefonata di una ragazza che ti lascia mentre sei nel mezzo di un closing o i giri di parole usati quando si viene richiamati dalle vacanze, e le pause caffè, i viaggi in taxi, le trasferte, le riunioni, i discorsi, i pensieri, la vita quotidiana… beh, quella era tutta un’altra storia. E, a me, è quella storia che piaceva raccontare.
Col senno di poi è stato detto di tutto, ma la verità è che non c’era spazio per operazioni commerciali o sogni di gloria o tentativi di rivalsa. C’erano solo quei giorni improbabili, in cui la mia sola preoccupazione era svegliarmi in tempo per pranzare, e l’eccitazione che accompagnava l’idea di poter ridere e far ridere di un lavoro e di tutta un’umanità professionale, ricreandone le storie e le atmosfere, attraverso un personaggio che, a differenza di quanto ho spesso fatto io, non aveva alcun pudore nel mostrare la sua debolezza e il suo disagio. Tutto il resto è venuto da sé – i primi commentatori, le prime mail, i primi articoli, l’attenzione sempre crescente – ed è venuto ogni volta con maggiore sorpresa ed emozione, fino al culmine della proposta della Marsilio di tradurre tutto in un vero e proprio romanzo, in cui mettere ciò – in sostanza una vera e propria storia – che non avrebbe mai potuto trovare posto sul blog.
Non ho mai inteso essere un eroe o un sovversivo (non con una cravatta rossa perlomeno), così come non ho mai pensato di giocare con la fiducia della gente (per mesi ho scritto con picchi massimi di sette lettori al giorno). L’anonimato è stata una scelta fatta il giorno che ho aperto questo blog, quando nulla di quello che sarebbe successo poteva essere anche solo sperato, una scelta comune a qualunque blogger, presa per il solo gusto di essere libero di raccontare quello che volevo, senza condizionamenti di sorta, senza dovermi giustificare o legittimare, semplicemente portare avanti questo spazio libero da vincoli e obblighi e influenze. Non so se sia stata una scelta giusta, non mi sono mai posto la questione in questi termini, semplicemente era ciò che sentivo giusto fare. E non ho mai pensato di rinunciarvi solo perché improvvisamente il blog cominciava a ricevere attenzioni.
La questione delicata semmai è stata un’altra: a un certo punto s’è trattato di parlare del blog o del libro in altri spazi (fossero mail, pvt, interviste o telefonate). Ma anche lì, alla fine, è bastato lasciare la briglia sciolta a ciò che, con successo, avevo cominciato a sviluppare, la schizofrenia. E così Duchesne ogni tanto ha trovato il suo spazio anche nella realtà.
Naturalmente non tutto va come ci si aspetta e questa corazza di anonimato – che non ho mai vissuto come un peso e che, fosse stato per me, avrei portato addosso volentieri ancora a lungo – s’è rivelata per quello che era, un grembiulino, nemmeno troppo resistente. I buchi hanno cominciato ad aprirsi presto e, alla fine, quando grazie alla lungimiranza ed attenzione della SIAE il mio nome è finito addirittura stampato su quegli stessi libri da cui doveva rimanere lontano, beh, prima che uscissero le mie foto al liceo in cui reggevo la lavagnetta con la scritta
Quarta C, era arrivato il momento di affrontare l’uscita pubblica.
Questo blog arriva così alla fine del suo percorso e, messa alle spalle la malinconia che ha seguito l’averne preso coscienza, oggi sono convinto che sia giusto così. Il romanzo contiene tutto quello che volevo raccontare, di questo mondo professionale in particolare, e, più in generale, dell’ambizione e delle scelte di vita, naturalmente senza altro scopo che non fosse quello di divertire raccontando un lavoro ma, soprattutto, un professionista serio che non stava molto bene. Quello che avevo da dire è scritto lì e meglio non saprei fare. “
Un libro arguto, appassionato, cinico ma non cattivo – come dire – reale”, direbbe l’editore. “
Studio illegale? Ma che cazzo è? Un gioco di parole?”, direbbe Giuseppe.
Restano ancora un paio di cose. Prima di tutto, voglio ringraziarvi, ancora una volta, ancora di cuore, per la comunità con cui avete popolato queste pagine, le quali, senza i vostri commenti, non sarebbero mai state le stesse, così vive, così seguite, così famigliari; e, infine, come è giusto, bisogna terminare la storia che ho cominciato sopra: la tabellina Excel si rivelò errata, i miei soldi finirono in quattro mesi, e io, ancora oggi, non ho mai capito se fu un vero errore o, piuttosto, l’espediente definitivo con cui la mia compagna di stanza, alla fine, riuscì a liberarsi di me.
Ciao,
Federico